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Zoomimica con il cavallo. ESE e SIUA.

Zoomimica con il cavallo. ESE e SIUA. - Educatore Cinofilo News

Sempre di più mi rendo che la parola-chiave per comprendere l'approccio zooantropologico è "antropodecentrarsi", vale a dire uscire gradualmente dalla nostra prospettiva di uomini ed entrare in quella di un'altra specie. Come ci ha insegnato Jane Goodall nel suo lavoro con gli scimpanzé, il segreto è quello di osservare gli usi di una specie e cercare di farsi accettare attraverso un lento lavoro di mimesi. Questo è vero anche nella relazione con quegli animali che, considerati antropocentricamente "domestici", vengono trattati come strumenti e approcciati in maniera performativa - non importa se in modo dolce - o antropomorfizzati e costretti a interagire con l’uomo che non fa niente per venir loro incontro, né si preoccupa di capire la loro prospettiva sul mondo e il più delle volte si limita ad attribuire loro caratteristiche umane.

 

Entrare in relazione con un'altra specie, per capire e fare domande intelligenti, per impostare un incontro e costruire una situazione dialogica, è a tutti gli effetti un'operazione sciamanica che richiede di recedere dalla propria prospettiva e iniziare un viaggio iniziatico in una dimensione altra. Non sto parlando di spiritualismo, ma di un percorso empatico che ci chiede di modificare il proprio tempo, l'interfaccia di percezione e relazione col mondo, il punto di vista e lo stile comportamentale, in termini di posture, prossemiche, movimenti, gestualità, coreografie complessive del movimento. La zoomimica, ovvero l'assunzione di stili di cinestesi eterospecifiche, può essere di grande aiuto perché crea un milieu dialogico più facile da accettare e capire da parte dei soggetti di un'altra specie. Allo stesso modo è fondamentale modificare l'assetto sensoriale di riferimento e la focalizzazione sul mondo, passando da quella di un raccoglitore che cerca con la vista un target specifico a un'interfaccia differente propria dell'eterospecifico a cui ci si vuole rapportare.

 

È prima di tutto un astenersi dal fare, che si risolve il più delle volte nell'evitare la fretta di entrare in relazione e di concentrarsi nel ricalco, ovvero nel costruire una sintonia dello stare nella situazione-contesto e nel ricreare uno stile di movimento che riprenda l'interazione dell'animale con l'ambiente. Antropodecentrarsi significa operare su se stessi per mitigare il proprio modo di essere e riprendere come in una danza uno stile altro. Ecco allora che diventa più chiaro il concetto di alterità nei suoi predicati di diversità specie-specifica, di soggettività del vivere la situazione e di singolarità di ogni evento.

 

L'esperienza condotta con i cavalli presso il centro ESE di Casale Don Pietro  il 29 e 30 ottobre u.s. è stata esemplare al riguardo e mi ha insegnato veramente tanto, proprio perché ancora una volta mi ha confermato e semmai allargato la consapevolezza del portato unico e rivoluzionario della zooantropologia, come approccio nuovo alla relazione con l'animale anche se profondamente radicato nei precetti dell'etologia e dello sciamanesimo. Francesco De Giorgio ha fatto proprio l'approccio zooantropologico come etologo e come sciamano e ha impostato una zoomimica con i cavalli davvero suggestiva. Il suo gruppo, che si sta sviluppando anche oltre i confini nazionali, ha un obiettivo importante: portare la zooantropologia nel difficile mondo della relazione col cavallo.

 

Ho potuto interpretare una mia zoomimica, seguendo la sua guida, dapprima esercitando lo sguardo a pennellata sul mondo, dimenticando la ricerca del target sul campo, e poi immergendomi nella ritmica del masticare il foraggio e dell'annusare i profumi, in primis del foraggio e della terra. Durante il primo incontro lo stile del movimento si è fatto ricalco non solo di cinestesie ma anche dilatazione temporale e questo mi ha permesso di entrare in contatto senza ricercare il contatto. Il lento masticare del cavallo venuto al mio fianco è diventato una sorta di murmure marino e la ritmica di queste quasi-onde ha facilitato l'assunzione di una temporalità differente.

 

Ho affrontato la seconda sessione bendato, dovendo cercare di appropinquarmi ai cavalli solo attraverso l'orientamento uditivo. In queste condizioni ti devi lasciare andare perché la sensazione è quella di una totale perdita del controllo sulla situazione. Ancora una volta mi sono dovuto affidare: la mia bussola era il respiro, l'ansimare, il lento masticare del cavallo al mio fianco. Potevo così concentrarmi a respirare il fieno e a provarne la consistenza sulle labbra, farmi lentamente cavallo in quella situazione spazio-temporale lontanissima dalla mia condizione di essere umano. Era una situazione che già avevo vissuto nel rapporto con i calabroni, con i gatti, con i cani, con diverse specie di uccelli, un vissuto che non è più afferibile solo al conoscere ma al con-sentire. Qui si disvela in pieno la grandezza della zooantropologia.  Roberto Marchesini

04/04/2011